TOLLERANZA - L'EQUIVOCO.

Il termine tolleranza, nella cultura contemporanea e nel linguaggio comune è usato ed abusato senza che ci si renda minimamente conto del suo significato profondo e non certo univoco. Ognuno pensa di farne uso nella accezione migliore e nella buona intenzione, ma non per questo riusciamo a capirci. La ragione è che con la stessa parola intendiamo cose diverse, equivoche, contraddittorie. Ritengo importante analizzare l'aspetto psicologico della parola tolleranza perché l'ingenuità non è adatta a svelarne il profondo significato subdolo, anche quando la si proclama come traguardo di raffinatezza civile o buon metodo per la pace.

Si tollera ciò che non si riesce ad approvare, ad incasellare, ad assimilare. La tolleranza ha il carattere della provvisorietà, la si accetta per prudenza, per evitare un male peggiore, ma porta la segreta aspirazione a scomparire non appena le circostanze lo permetteranno. Nel momento in cui un'ideologia diviene perfetta deve diventare intollerante, per non dare segno di cedimento, di debolezza. Se proprio ci fosse qualcosa da tollerare, è preferibile una intolleranza occulta, che non abbia bisogno di ricorrere a forme eclatanti. Ogni potere umano adotterà criteri suoi propri per stabilire ciò che è tollerabile a condizione che non rappresenti una minaccia per il sistema.
Alcuni aspetti più drammaticamente subdoli: a) l'intenzione di chi vorrebbe servirsi della mia tolleranza per conquistare un potere che gli permetterà di essere intollerante; b) uno che mi dice che mi annienterebbe se potesse; c) la strategia politica delle minoranze che aspirano al potere per non tollerare più niente che tornerebbe a vantaggio degli avversari; d) la dittatura dopo la rivoluzione ecc.
Il termine tolleranza porta in sé una forte carica di ambiguità, questo tollere, questo togliere di mezzo, sbarazzarsi. Quando qualcuno mi tollera, cosa mi provoca, cosa vuole da me, chi sono io per lui? Chiunque può rendersi conto di quale sottile offesa è colpito il tollerato. Un giudizio terribilmente negativo.
La tolleranza può colorarsi di furbizia fingendosi una buona opportunità per un patto vantaggioso per entrambi: io ti tollero per essere da te tollerato, ma tutti e due siamo consapevoli della precarietà del meccanismo. Nessuno dei due è contento di essere tollerato. E' in agguato la lotta per l'egemonia.
A sua volta l'egemonia ha bisogno di solidi meccanismi di difesa, ha bisogno di ostentare sicurezze tali da potersi permettere di essere, o almeno apparire, tollerante.
Le diplomazie perfette tendono a dare segnali di sicurezze al punto che il cittadino medio non avverta di quanto sia integrato nell'ingranaggio del sistema

Nell'ultimo conflitto della guerra di Bosnia, mi trovai a discutere con un gruppo di militari e mi permisi di chiedere spiegazione delle efferate violenze. Mi risposero che quella era la forma migliore, tecnicamente ineccepibile per scoraggiare ogni velleità di vendetta. "Sapendo che siamo così spietati nessuno oserà pensare di mettersi contro di noi".

Eppure avvertiamo che nel contesto storico internazionale, come nelle relazioni interpersonali, la tolleranza occupa un posto di rilievo per l'impegno politico e religioso alla causa della convivenza pacifica. Evidentemente c'è da fare attenzione all'uso dei termini e cercare una condivisione di senso sulla parola tolleranza nella sua migliore e positiva accezione.
Potrebbe farci scoprire di essere capaci di accogliere ciò che tolleriamo, di trasformalo, di risollevarlo. La carica spirituale della tolleranza investe il soggetto attivo e passivo, chi tollera e chi è tollerato.
È indispensabile il riferimento filosofico basato sul rispetto dovuto a ciò che non comprendiamo.
Siamo consapevoli di non capire tutto. Meno male!
La relatività radicale della persona umana, nell'esperienza della tolleranza, ritrova la sua collocazione armoniosa di esistere nell'altro.
L'uomo d'oggi dovrà convincersi che il prezzo della tolleranza va pagato. Intanto deve tollerare di non essere ancora quello che vorrebbe diventare. Deve tollerare di non aver ancora raggiunta la sua perfezione, di non aver raggiunto i suoi obiettivi. Deve riconoscere i propri limiti. Ogni uomo umile e vero si sente un essere incompleto, in cammino. Oltre a tollerare se stesso, deve tollerare questo cosmo imperfetto e i suoi compagni di viaggio. Il presuntuoso, il soddisfatto di sé, non sarà mai disposto ad imparare, mai capace di condividere, di farsi carico.
Non volevo apertamente dire che la parola tolleranza non mi piace, per cui ho preferito lasciare a voi la possibilità di intuirne il significato più profondo e più vero: la pazienza. Quella con cui salviamo la nostra vita.
Finalmente può dispiegarsi alla nostra riflessione l'orizzonte affascinante della speranza, dell'attesa, della perseveranza.

di Quirino Salomone